La cura pedagogica

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4Nelle Indicazioni per il curricolo si legge:

“La scuola affianca al compito di insegnare ad apprendere quello di insegnare ad essere!”

Accompagnare e sostenere i processi di costruzione dell’identità significa porre le basi per lo sviluppo di competenze necessarie nell’intero arco della vita, fornire occasioni per prendere consapevolezza delle proprie potenzialità e risorse, per progettare e compiere scelte da protagonisti. Tutto questo si riflette nella Cura Pedagogica, che non si esprime in un generico interesse per l’altro, né si esaurisce nella risposta ad una richiesta di aiuto in un momentaneo stato di bisogno; piuttosto si configura come la ricerca incessante di risposte adeguate alla necessità dell’altro – il soggetto in crescita – di essere sostenuto nel suo divenire.

La Cura Pedagogica, pertanto, esige un radicale cambiamento di rotta nel modo di dirigere azioni e pensieri. L’attenzione  ne è il primo passo: essa si esprime nella profondità dell’ascolto, nella continuità e nella coerenza dell’esserci. E’ il soggetto in crescita che chiede di essere guardato con uno sguardo attento, per accogliere, accettare, confermare, ma anche per correggere, guidare, sostenere. Per i bambini  la disattenzione ha il sapore dell’abbandono, e gli adulti devono sentirsene responsabili.

Il secondo tratto è infatti la responsabilità : prendersi cura significa comprendere che qualcosa può dipendere dai propri atti e dai propri gesti. Più genitori ed insegnanti terranno conto di questa ineludibile circostanza del proprio ruolo, più saranno in grado di promuovere comportamenti responsabili nei propri figli e nei propri alunni.

Nell’esercizio della cura assistiamo oggi ad un prevalere –sia a scuola sia in famiglia- della dimensione affettiva e protettiva sulla dimensione etnica della responsabilità. Ciò comporta uno spostamento della relazione intergenerazionale dall’educazione (tirar fuori, promuovere le potenzialità) alla seduzione (compiacere, attrarre a sé nella permanenza del rapporto asimmetrico dell’inizio). Assumendo i compiti che l’altro dovrebbe svolgere, non solo non lo aiuta a crescere, ma lo si mantiene in una condizione di dipendenza e sottomissione, mettendo in atto un modo di prestar cura inautentico. Al contrario, poiché la cura autentica aiuta gli altri a divenire consapevoli e liberi, il prendersi cura trova il suo compimento nel distacco, un lasciar andare quando è tempo, quando la richiesta di attenzione si è evoluta e ha dato vita alla capacità di prendersi cura da sé.

—(tratto dalla rivista “Tresei” ed.Gulliver)

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